Chi ha commesso un reato, quasi sempre, ha già una spiegazione pronta.
Lo scopo è tenere insieme la persona e allontanare il fatto e la responsabilità. Finché la spiegazione regge, il reato resta qualcosa che è capitato, non qualcosa che è stato agito.
Il lavoro che faccio in quest’area serve ad accompagnare chi ha commesso un reato ad assumersi la responsabilità della propria condotta.
È il senso della funzione rieducativa della pena, prevista dall’articolo 27 della Costituzione. La pena non serve solo a punire: dovrebbe rendere possibile un cambiamento. Ma un cambiamento non lo produce la detenzione da sola, e nemmeno la buona volontà: richiede un lavoro complesso.
Il percorso, in quattro passaggi
L’ordine conta, e non è invertibile. Chiedere a qualcuno di riconoscere il danno prima che abbia capito che cosa gli è successo dentro produce dichiarazioni di facciata, non responsabilità.
Comprendere il reato. Ricostruire che cosa è realmente accaduto, passo per passo: la sequenza, il contesto, che cosa è stato pensato e sentito perché non ci si può assumere la responsabilità di una fatto che si continua a raccontare in modo poco chiaro o parzialmente.
Regolare gli stati interni. Alcune condotte nascono da un’attivazione che ha superato la capacità di gestirla: rabbia, umiliazione, panico, il bisogno di riprendere il controllo. Imparare a riconoscere quell’attivazione mentre sale, e a non esserne guidati, è la parte di lavoro che riduce davvero il rischio che accada di nuovo.
Assumersi la responsabilità. È il passaggio dal è successo al ho fatto e significa riconoscere c’era un momento in cui sarebbe stata possibile fare diversamente.
Comprendere il danno alla vittima. Arriva come ultimo passaggio perché è il più difficile. Significa smettere di guardare il fatto dal proprio punto di vista e riuscire a immaginare che cosa ha significato per la persona che l’ha subito. Molti percorsi si fermano prima. Quelli che arrivano fin qui sono quelli che producono un cambiamento.
A chi è rivolto il percorso
- Persone in attesa di giudizio ammesse alla messa alla prova (art. 168-bis c.p.), che svolgono il percorso presso Yuma ETS come ente del terzo settore.
- Persone con pena sospesa, quando la sospensione condizionale è subordinata alla partecipazione a un percorso di recupero (art. 165 c.p.): è il lavoro che seguo in studio.
- Persone detenute, nel lavoro clinico in ambito penitenziario.
- Uomini autori di violenza nelle relazioni, ambito in cui lavoro da anni.
- Persone inviate dal proprio avvocato, o che arrivano da sole prima ancora che un procedimento si concluda.
Yuma ETS
Sono presidente di Yuma ETS, associazione che si occupa di ricerca, analisi e consulenza sui reati contro la persona, e che accoglie percorsi riabilitativi come ente del terzo settore.
Perizie di parte e valutazioni
Accanto al lavoro clinico mi occupo, su incarico, di perizie e consulenze tecniche di parte, valutazioni psicologiche e analisi del materiale già agli atti.
Una valutazione psicologica non stabilisce se un fatto è avvenuto: questo è compito del giudice.
Ricevo a Torino, in Largo Valgioie 18. Se invece quello che cerchi è un percorso personale, trovi le pagine dedicate alla psicoterapia individuale e alla terapia di coppia e sessuologia.
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