Dipendenze comportamentali: quando il cervello lavora per qualcun altro

Domani c’è scuola e Matteo si addormenta col telefono appoggiato sulla pancia, in mano o sul cuscino. Non lo mette via, non lo spegne, resta lì, a contatto. E ogni volta che vibra, il corpo lo registra. Non serve svegliarsi del tutto: basta un risveglio breve, di pochi secondi per una notifica da controllare, che al mattino non ricorderà nemmeno.

Il giorno dopo va a scuola e non capisce perché non riesce a seguire. Il sonno frammentato non riposa: le fasi profonde, quelle in cui il cervello consolida ciò che ha imparato, vengono interrotte prima di completarsi. Così l’attenzione si sfilaccia, la memoria non tiene, la stanchezza diventa uno stato di base. E lui pensa di essere il problema.

Al pomeriggio si siede a studiare, e il telefono è lì accanto. Non serve nemmeno che vibri: basta sapere che c’è. Lo studio richiede fatica, tolleranza alla noia, uno sforzo che non restituisce niente subito. Il telefono restituisce qualcosa immediatamente, sempre. Non è una gara ad armi pari: il cervello sceglie ciò che paga prima, e paga di più. Così il pomeriggio passa, i libri restano aperti alla stessa pagina, e alla fine il ragazzo si dice che non ha voglia di studiare. Ma non è semplicemente una questione di volontà: la volontà, da sola, parte svantaggiata contro qualcosa costruito appositamente per catturare e mantenere l’attenzione.

E non è un caso isolato. Secondo le stime della Società Italiana di Pediatria, in Italia l’89% degli adolescenti dorme con il cellulare in camera, con una deprivazione di sonno che diventa cronica. Uno studio pubblicato su JAMA Pediatrics, basato sull’Adolescent Brain Cognitive Development Study, ha misurato l’uso reale del telefono attraverso i sensori del dispositivo, non attraverso quello che i ragazzi dichiarano: in media circa cinquanta minuti di utilizzo per notte scolastica, e circa metà del campione attivo anche nella fascia tra mezzanotte e le quattro del mattino.

Perché è così difficile smettere?

Il motivo non ha niente a che vedere con la debolezza. La gratificazione immediata è potentissima. Quando qualcosa produce una ricompensa immediata, o ci segnala la possibilità di ottenerla, entra in gioco anche il sistema dopaminergico. La dopamina non è semplicemente la sostanza che ci dà piacere: partecipa soprattutto ai processi attraverso cui il cervello impara che qualcosa è importante, lo desidera e tende a ripetere il comportamento che può procurarglielo. È un meccanismo che ci ha permesso di sopravvivere per centinaia di migliaia di anni: cercare cibo, cercare legami, imparare e ripetere ciò che funziona.

Il problema è che oggi quel meccanismo non lavora più per noi. Fin da quando siamo piccoli viene studiato, misurato e sfruttato da chi guadagna sulla nostra attenzione. Non si tratta di prodotti che per caso piacciono: sono costruiti per attivare quel circuito il più spesso possibile. Se la ricompensa arriva rapidamente, è sempre disponibile e soprattutto non è del tutto prevedibile, questo apprendimento può diventare particolarmente potente. Ed è uno dei motivi per cui notifiche, feed, videogiochi e scommesse riescono così facilmente a catturare e mantenere la nostra attenzione.

Le scommesse

Le scommesse funzionano sullo stesso principio, e in Italia sono ovunque: nei bar, nelle tabaccherie, nelle sale dedicate, e soprattutto nel telefono, disponibili ventiquattro ore al giorno. Nel 2025 la raccolta del gioco d’azzardo in Italia ha superato i 165 miliardi di euro, secondo i dati ufficiali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Uno studio epidemiologico nazionale dell’Istituto Superiore di Sanità, condotto tra il 2017 e il 2018, stimava all’epoca circa un milione e mezzo di adulti con un profilo di gioco problematico, oltre a circa un milione e quattrocentomila persone considerate a rischio moderato. Non significa che tutte queste persone abbiano una diagnosi di disturbo da gioco d’azzardo, ma dà una misura di quanto il problema sia diffuso.

Un adulto che lavora, che ha una famiglia, che nessuno definirebbe un giocatore magari ha cominciato con qualche euro sulla partita insieme agli amici. Poi ha scoperto che si può puntare durante il match, non solo prima. Poi che ci sono partite tutti i giorni, in campionati di cui non conosceva nemmeno l’esistenza.

E ora il telefono lo apre nei momenti morti: in bagno, in pausa pranzo, la sera sul divano mentre gli altri guardano la televisione. Non gioca per vincere, questo lo capirà dopo. Gioca perché quei minuti di attesa del risultato sono l’unico momento della giornata in cui non pensa a nient’altro.

E si può scommettere su qualunque cosa. Calcio, tennis, basket, pallavolo, Formula Uno, motociclismo, pugilato, sport invernali, ippica, ciclismo, e poi ping pong, freccette, sport elettronici. Non solo sul risultato finale: sul prossimo calcio d’angolo, sul numero di falli, sul round in cui arriverà il KO. E ormai nemmeno solo sullo sport: si punta su chi vince Sanremo, su chi vince l’Oscar. Fuori dai circuiti italiani, su piattaforme che in Italia non hanno licenza per operare e funzionano in criptovalute come Polymarket per esempio, si scommette su guerre, avanzate militari, catastrofi naturali, referendum, e perfino sulla conferma dell’esistenza degli alieni entro l’anno o sul ritorno di Gesù Cristo sulla Terra. Quando l’oggetto della scommessa diventa indifferente, è chiaro che si è alla ricerca di una emozione.

Il gioco d’azzardo è inoltre diventato estremamente accessibile. Non occorre più entrare in una sala scommesse: basta avere uno smartphone in tasca. Scommesse sportive, casinò online e altre forme di gioco sono disponibili ventiquattr’ore su ventiquattro e l’universo delle scommesse continua a essere fortemente intrecciato, anche culturalmente, con quello dello sport. La distanza tra l’impulso e la possibilità di agire quell’impulso si è quindi ridotta quasi a zero.

E non serve nemmeno il telefono. Basta entrare in una tabaccheria o in un bar a metà mattina: file di persone di mezza età o anziane davanti al Dieci e Lotto, con le estrazioni che si ripetono ogni cinque minuti. Nessuno lo chiama azzardo. È solo il bar sotto casa.

E poi c’è il dettaglio che spegne ogni allarme: si può puntare un euro o poco più. Cifre così piccole che sembra ridicolo preoccuparsi. È esattamente questo che rende il meccanismo efficace, perché ogni singola giocata sembra irrilevante, e quindi nessuna è un problema. Ma le giocate non sono singole: sono decine al giorno, magari quasi tutti i giorni.

Un sistema nervoso in un mondo che non finisce

E qui c’è il punto che tiene insieme tutto. Il nostro sistema nervoso si è formato in ambienti in cui molte opportunità avevano limiti naturali: il cibo non era disponibile continuamente, la giornata finiva, il gioco finiva, le occasioni di ricevere nuovi stimoli si interrompevano. Oggi molti di quei limiti esterni sono scomparsi. I contenuti non finiscono, le notifiche non finiscono, e appena termina una partita ce n’è già un’altra su cui scommettere. Un sistema costruito per orientarsi verso opportunità intermittenti si trova così immerso in un ambiente capace di offrirgliene continuamente.

Ed è per questo che il lavoro non può essere solo di resistenza. Serve un pilota.

Che cosa vedo in studio

L’adolescente non arriva da solo in studio: lo spingono i genitori, di solito per il rendimento scolastico crollato. E il lavoro terapeutico non è togliere il telefono. È decostruire un valore personale che si è appoggiato lì: sui social, sulla risposta immediata, e ricostruirlo su basi che non dipendano da quello, magari sullo studio, relazioni affettive tridimensionali, l’impegno verso una professione.

Gli adulti arrivano invece da soli, e portano cose diverse: gli acquisti compulsivi, le scommesse, un’alimentazione usata come regolatore, il sesso nella forma della masturbazione compulsiva o della promiscuità.

Non tutti questi comportamenti vengono classificati formalmente come dipendenze comportamentali. Il gioco d’azzardo e il gaming disorder, per esempio, hanno un riconoscimento diagnostico specifico; per altri comportamenti la questione è più complessa. Quello che interessa qui non è tanto applicare un’etichetta, quanto osservare un meccanismo che spesso si ripete: un comportamento viene utilizzato sempre più frequentemente nel tempo per modificare rapidamente il proprio stato interno e, progressivamente, diventa difficile interromperlo nonostante le conseguenze negative. Comportamenti diversi, quindi, spesso con una funzione comune: cambiare come si sta, subito.

Qui il lavoro non è sulla forza di volontà, e nemmeno sul comportamento in sé. È sul pilota. Perché il pilota, quando prende il volante, deve avere qualcosa in mano. Se ha solo il divieto, si limita a resistere, e resistere non regge: il cervello propone in continuazione, e prima o poi vince lui.

Una nota necessaria

Va detto con chiarezza: la situazione può essere più delicata di così. Quando un comportamento si è ripetuto per anni, il sistema nervoso può organizzarsi sempre più intorno a quel meccanismo di regolazione, rendendo molto difficile farne a meno. In quei casi la psicoterapia, che lavora sia sulle risposte automatiche di corpo e cervello sia sulla capacità del pilota di comprenderle e orientare diversamente il proprio comportamento, può non bastare da sola. Nei casi più complessi può essere utile anche una valutazione psichiatrica, soprattutto quando sono presenti altre condizioni che contribuiscono a mantenere il problema. In alcune situazioni può essere indicato un trattamento farmacologico complementare, da valutare caso per caso all’interno di un intervento più ampio.

Quando ci si riconosce in questi comportamenti, il primo passo non è semplicemente imporsi di smettere. È anche capire che cosa sta succedendo: che cosa quel comportamento ci dà, che cosa ci evita di sentire e quanto spazio ha cominciato a sottrarre al resto della nostra vita. E parlarne con qualcuno può essere il primo modo per ricominciare a scegliere.


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