Negli articoli su ansia e rabbia ho usato tre parole che torno a usare spesso in terapia: corpo, cervello e pilota. Sono un modo per rendere comprensibile qualcosa di complicato, cioè come facciamo esperienza della nostra vita e, soprattutto, dove si trova il margine in cui possiamo scegliere.
Partiamo dalle prime due, perché sono le più semplici da collocare.
Il corpo e il cervello sono riducibili. Vuol dire che possiamo scomporli: tessuti, cellule, molecole, atomi, particelle. Funzionano secondo regole proprie, biologiche, che in gran parte non dipendono dalla nostra volontà. Il cervello interpreta quello che ci capita: accede ai ricordi emotivi, riconosce situazioni già viste, costruisce teorie su come funziona il mondo e su come dovremmo reagire. L’amigdala, l’ippocampo, le strutture profonde che si occupano di memoria, allarme ed emozione lavorano così, in automatico, proponendo continuamente letture e reazioni. Il corpo poi produce le azioni fisiche, l’attivazione, la risposta.
La parola importante è proprio questa: proposte. Il cervello e il corpo propongono. Mettono sul tavolo un’interpretazione e una spinta ad agire o a non agire. Ma sono proposte, non ordini.
Poi c’è il pilota.
Il pilota è la parte che guida. È quella che ha la responsabilità di tenere la macchina in strada, di rallentare quando l’asfalto è bagnato, di riprendere il controllo quando si è andati troppo forte, di frenare quando davanti è successo qualcosa. Il pilota è quello che decide se dare l’assenso alla proposta del cervello e del corpo, oppure no.
Il pilota è fondamentale perché rappresenta la parte unica e più autentica dell’individuo.
Qui c’è una differenza che la scienza, per ora, non ha colmato. Il corpo e il cervello li possiamo studiare, ridurre, descrivere fino al livello delle particelle. La mente, la coscienza, quello che chiamo pilota, non sappiamo ancora davvero che cosa sia. Gli studi sulla coscienza stanno confermando molte intuizioni cliniche che abbiamo da tempo, ma il tema resta aperto: come faccia la materia a produrre esperienza soggettiva è ancora una domanda senza risposta. Per questo, in terapia, serve un modello utile, un modo per riconoscere come fai esperienza di te stesso.
E il punto del modello è questo: la possibilità di scelta autentica esiste soltanto quando il pilota prende il volante.
Quando il pilota c’è, quando ha lo spazio per riflettere, l’automatismo si trasforma e diventa una possibilità. Puoi fare una cosa oppure non farla. È lì, e solo lì, che esiste la scelta. Perché scegliere significa proprio questo: poter fare diversamente. Se non puoi fare diversamente, non stai scegliendo. Sta succedendo qualcos’altro: ti stai identificando con le proposte del cervello e del corpo, con le emozioni, le sensazioni, i pensieri, e li trasformi in comportamenti senza metterli in discussione. Il pilota, in quel momento, non guida. Non contribuisce, si lascia portare. Il problema è che le conseguenze, poi, le paga il pilota. Lasciarsi portare, in molte situazioni, produce risultati dei quali la persona non è disposta a farsi carico. Si reagisce, si dice, si fa, e dopo ci si ritrova a raccogliere le conseguenze di qualcosa che non si è scelto consapevolmente.
Attenzione, però. Non tutto deve passare dal pilota. Ci sono reazioni automatiche e immediate a cui non ci opponiamo, e che servono per vivere. Se una macchina ti viene addosso, non ti fermi a ragionare. Il punto non è controllare ogni cosa, sarebbe impossibile e neanche utile. Il punto è recuperare il controllo dove il controllo è possibile, e dove conta.
Ed è qui che la terapia lavora, su due piani.
Il primo è aiutare il cervello e il corpo a regolarsi, a produrre attivazioni più pulite. Significa sgarbugliare il filo del passato, le reazioni apprese, le interpretazioni che si sono formate in anni di esperienze e che oggi scattano da sole, magari anche quando non servono più.
Il secondo piano è più ampio, e somiglia a una filosofia di vita. È insegnare al pilota a prendere il comando, a riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni, a scegliere consapevolmente come vivere. Perché non esiste un modo giusto di vivere. Esiste un modo consapevole. E la differenza tra subire la propria vita e guidarla sta tutta nella possibilità, momento per momento, che sia il pilota a prendere il controllo.
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