Ho un esame tra tre settimane. So che dovrei studiare. Devo anche fare una lavatrice, stendere e fare la spesa. Eppure non riesco a cominciare.
La sensazione che provo è più forte di me: appena apro il libro sento tensione e, subito dopo, la voglia di scappare, facendo qualsiasi altra cosa.
Ed è probabilmente da questa fuga che bisogna partire per capire la procrastinazione.
Il punto non è sapere cosa dovremmo fare. Molte persone sanno perfettamente cosa sarebbe sensato fare. Sanno che studiare oggi renderà più facile l’esame tra tre settimane. Sanno che fare la lavatrice oggi significa avere i vestiti puliti domani. Sanno che occuparsi adesso di una cosa noiosa renderà più semplice la vita più avanti.
Ma quasi tutti questi comportamenti hanno una caratteristica comune: costano adesso e restituiscono un vantaggio soltanto dopo.
Studiare significa tollerare noia, fatica, frustrazione, incertezza. Fare un lavoro domestico significa rinunciare a qualcosa di più piacevole.
Quello che una volta si chiamava semplicemente “fare un sacrificio” descriveva esattamente questo: accettare un costo nel momento presente per un beneficio futuro. L’uovo oggi o la gallina domani.
Il problema è che il cervello non valuta allo stesso modo l’adesso e il dopo. Un vantaggio immediato tende ad avere un peso maggiore di un vantaggio lontano nel futuro, soprattutto quando nel presente dobbiamo tollerare qualcosa di spiacevole.
Così può succedere una cosa paradossale: sappiamo che studiare ci farà bene, ma nel momento in cui apriamo il libro ci sentiamo peggio. Sappiamo che non dovremmo rimandare, ma nel momento in cui lo facciamo ci sentiamo meglio.
Ed è proprio quel sollievo a rendere la procrastinazione così efficace nel breve periodo.
Se chiudo il libro, prendo il telefono, faccio altro o mi distraggo con YouTube, la tensione diminuisce. Quel sollievo insegna al mio cervello che allontanarsi dal compito è un buon modo per smettere di stare male. La volta successiva, davanti allo stesso compito, l’impulso a evitare sarà ancora più rapido e automatico.
Intanto, però, il compito non è sparito.
È rimasto in sospeso e nel frattempo si è caricato di qualcos’altro: urgenza, senso di colpa, paura delle conseguenze, frustrazione per aver rimandato.
A quel punto non devo più affrontare soltanto quel capitolo da studiare. Devo affrontare anche tutto ciò che l’evitamento di quel compito significa emotivamente.
Ed è così che una strategia che dà sollievo nel presente può aumentare la sofferenza nel futuro.
Quando il problema non è soltanto studiare
C’è poi una situazione che incontro spesso in ragazzi e giovani adulti che per molto tempo hanno potuto affidarsi soprattutto alla facilità con cui capivano le cose a scuola.
Sono persone che magari, fin da piccole, hanno imparato che per riuscire basta intuire. Ascoltano una spiegazione e capiscono il quadro generale. Guardano un problema e vedono la soluzione. Imparano quel tanto che basta per il voto senza aver davvero imparato a studiare.
Finché funziona, va tutto bene! Anzi, è una eccezionale iniezione di autostima.
Poi arriva qualcosa che non si può padroneggiare immediatamente. Matematica più complessa. Fisica. Un esame universitario. Una materia che richiede esercizio, errori, ripetizioni e tentativi.
E improvvisamente compare una sensazione nuova:
“Non capisco.”
Che molto rapidamente può diventare:
“Non sono capace.”
E poi:
“Non sono intelligente: sono stupido. E non posso sopportare di espormi a qualcosa che me lo fa pensare! “
A quel punto non stiamo più parlando soltanto della fatica di studiare. Stiamo parlando di una possibile minaccia all’immagine che una persona, nel corso del tempo e delle esperienze, ha costruito di sé.
Se sono sempre stato quello che capisce al volo, trovarmi davanti a qualcosa che non capisco subito significa dover tollerare la frustrazione.
Ma se ho costruito l’equivalenza intuizione = intelligenza, non posso reggere l’idea che studiare, imparare, comprendere implichi attraversare uno spazio di apprendimento, riorganizzazione e consolidamento delle informazioni.
Per alcune persone questa sensazione è insostenibile.
E allora può comparire una soluzione paradossalmente protettiva: non studiare davvero.
Perché se non provo fino in fondo, non è una reale verifica delle mie capacità. Se l’esame va male, posso sempre pensare che non avevo studiato abbastanza, che avevo iniziato tardi, che non ho avuto tempo.
Il prezzo, però, è alto: ciò che protegge l’immagine di sé nel breve periodo impedisce di costruire competenza.
Quando è l’ansia a farci cominciare
Spesso si finisce così per studiare soltanto quando l’ansia è diventata abbastanza forte da rendere l’evitamento quasi impossibile.
La scadenza si avvicina. Il tempo diminuisce. Il rischio diventa concreto. E finalmente si comincia spinti dall’ansia.
Se poi l’esame va bene, questa strategia può perfino uscirne rinforzata: il cervello apprende che uno studio superficiale, mediocre e frettoloso dà un risultato positivo. Complice anche il crollo delle richieste prestazionali universitarie di questi ultimi anni.
Ma il cervello non apprende come studiare in maniera efficace. Può imparare ad aspettare che l’ansia diventi abbastanza forte da costringere ad agire.
E studiare quando ormai la pressione è alta può diventare molto più faticoso per il pilota. L’ansia può sottrarre risorse all’attenzione e alla memoria di lavoro; spesso si finisce anche per sacrificare il sonno, peggiorando ulteriormente le condizioni in cui si cerca di imparare.
Alla fine la persona arriva esausta e può concludere:
“Non sono capace di studiare.”
Quando magari non ha quasi mai sperimentato che cosa significhi studiare senza essere già inseguita dall’ansia.
Perché chiamarla pigrizia serve a poco
Per questo chiamarla semplicemente pigrizia aiuta poco.
La parola descrive ciò che si vede da fuori, ma dice molto poco di ciò che accade all’interno.
Due persone possono non aprire lo stesso libro per motivi completamente diversi. Una può evitare la noia. Un’altra la paura di fallire. Un’altra ancora la sensazione di non essere abbastanza capace. Un’altra può sentirsi sopraffatta dalla quantità di cose da fare e non sapere da dove cominciare.
E se il meccanismo è diverso, non può essere identica nemmeno la soluzione.
Il lavoro terapeutico sulla procrastinazione
In terapia, quindi, il lavoro non riguarda soltanto il calendario o l’organizzazione del tempo. Riguarda anche il significato che quel compito ha per quella specifica persona: l’immagine di sé, il rapporto con l’errore, la tolleranza alla frustrazione, la paura del fallimento, la storia scolastica e relazionale, ad esempio l’opporsi all’idea di cedere in fantasia ad un genitore interiorizzato vissuto come prepotente o svalutante che vorrebbe che studiassimo.
Non si tratta di imparare a non sentire più disagio.
Si tratta di imparare a non lasciare che sia sempre quel disagio a decidere.
Qualche volta la cosa che ci fa stare peggio nei prossimi dieci minuti è esattamente quella che può farci stare meglio nei prossimi anni.
L’impulso a evitare continuerà probabilmente a presentarsi. Non è questo il problema.
È lo stesso movimento di cui ho scritto altrove: il corpo si attiva, il cervello propone in automatico la via d’uscita più rapida, e la parte consapevole, il pilota, può riconoscere quello che sta succedendo e prendere il volante.
La scelta sta spesso in quel piccolo intervallo tra la spinta a scappare e la possibilità di restare un minuto in più.
Non per diventare perfetti, ma per smettere di lasciare che sia il sollievo immediato a decidere al posto nostro la nostra traiettoria scolastica e la nostra carriera.
Una ulteriore precisazione è necessaria. Rimandare ogni tanto fa parte del funzionamento normale di ciascuno di noi. Ma il meccanismo che ho descritto in questa pagina non esaurisce tutti i casi. Quando la difficoltà a iniziare è costante, riguarda molteplici aree della vita e va avanti da anni, può essere il sintomo di un problema più profondo: un ADHD mai riconosciuto, un quadro depressivo, un disturbo d’ansia. Sono situazioni che richiedono una valutazione puntuale, e riconoscerli cambia il tipo di aiuto necessario. Se ti riconosci in questa descrizione, parlarne con un professionista è il passo che ha più senso.
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