È l’ennesima volta che succede.
All’inizio la relazione sembra diversa. Questa volta penso di aver incontrato una persona con cui le cose potrebbero funzionare. Poi, dopo qualche mese, cominciano a comparire dinamiche che conosco fin troppo bene.
L’altro si allontana e io inizio a cercarlo di più. Oppure mi sento controllato e comincio a prendere le distanze. Mi accorgo che sto facendo di nuovo quello che avevo promesso a me stesso di non fare: controllo, chiedo rassicurazioni, mi chiudo, mi arrabbio, cerco di compiacere l’altro oppure smetto di dire ciò che penso per paura di creare un conflitto.
Cambiano le persone, ma a volte la storia sembra sorprendentemente simile.
È facile concludere che siamo semplicemente sfortunati. Oppure che incontriamo sempre “lo stesso tipo di persona”. Qualche volta è davvero così. Ma non è l’unica spiegazione.
Quando entriamo in una relazione non arriviamo mai completamente vuoti.
Portiamo con noi quello che abbiamo imparato nelle relazioni precedenti: cosa possiamo aspettarci dagli altri, quanto possiamo fidarci, cosa succede quando mostriamo una fragilità, quanto è sicuro dipendere da qualcuno, quanto dobbiamo fare per essere amati e cosa significa per noi quando una persona importante prende le distanze.
Una parte di queste conoscenze è esplicita. Possiamo raccontarla, pensarla, discuterla.
Un’altra parte funziona invece molto più velocemente.
È incorporata nel modo in cui prestiamo attenzione a quello che accade, nel significato che attribuiamo ai comportamenti dell’altro e nelle reazioni che si attivano quando qualcosa ci ricorda situazioni già vissute.
Per questo persone diverse possono trovarsi davanti allo stesso comportamento e leggerlo in modi completamente differenti.
Il partner non risponde a un messaggio per alcune ore.
Una persona può pensare: “Sarà impegnato”.
Un’altra: “È arrabbiato con me”.
Un’altra ancora: “Sta perdendo interesse”.
Il fatto è lo stesso. Quello che cambia è il significato che il nostro cervello gli attribuisce.
E quel significato cambia quello che faremo dopo.
Se interpreto il silenzio come il segnale di un possibile abbandono, potrei cominciare a controllare il telefono, mandare un altro messaggio, chiedere spiegazioni, diventare irritabile oppure prepararmi emotivamente a essere lasciato.
Se invece ho imparato che avvicinarsi troppo agli altri significa perdere libertà, potrei reagire in modo opposto: sentirmi soffocare, prendere le distanze, rispondere meno, cercare uno spazio maggiore.
Non stiamo semplicemente reagendo a ciò che succede.
Stiamo reagendo a ciò che pensiamo che stia succedendo.
Ed è qui che le esperienze precedenti cominciano ad avere un peso molto importante.
Il passato non si ripete da solo.
In psicologia esistono diversi modi per descrivere questo fenomeno.
La teoria dell’attaccamento parla di esperienze attraverso le quali impariamo che cosa aspettarci dalle persone importanti e cosa possiamo aspettarci da noi stessi all’interno delle relazioni.
La Schema Therapy parla invece di schemi: configurazioni relativamente stabili di emozioni, pensieri, ricordi e sensazioni corporee che si sviluppano nel corso della nostra storia e che tendono a riattivarsi quando nel presente incontriamo qualcosa che assomiglia alle esperienze da cui hanno avuto origine.
Possiamo aver imparato, per esempio:
“Prima o poi le persone che amo mi lasciano.”
“Se mostro quello che sono davvero, verrò rifiutato.”
“Non posso fidarmi completamente di nessuno.”
“Le mie necessità vengono sempre dopo quelle degli altri.”
“Per essere amato devo essere utile.”
“Se non tengo tutto sotto controllo, qualcosa andrà storto.”
Non è necessario pensare consapevolmente queste frasi.
Molto spesso non lo facciamo.
Possiamo invece accorgerci delle loro conseguenze.
Una distanza che per qualcun altro sarebbe tollerabile diventa difficile da sopportare. Una critica assume un peso enorme. Una richiesta dell’altro viene vissuta come un tentativo di controllo. Una persona disponibile può sembrarci poco interessante, mentre qualcuno che dobbiamo continuamente rincorrere può produrre un coinvolgimento emotivo molto intenso.
Il punto, però, non è che siamo condannati a cercare persone che ci facciano soffrire.
E non è nemmeno necessario immaginare che una parte inconscia di noi scelga deliberatamente qualcuno per poter “rivivere una ferita”.
C’è un meccanismo più semplice.
Il cervello utilizza quello che ha imparato per prevedere quello che succederà.
Lo fa continuamente.
Se per molto tempo abbiamo imparato che la vicinanza può trasformarsi improvvisamente in distanza, diventeremo particolarmente sensibili ai segnali che fanno presagire un allontanamento.
Se abbiamo imparato che esprimere un bisogno può produrre critica o rifiuto, potremmo diventare molto bravi a non chiedere niente.
Se abbiamo imparato che per mantenere una relazione dobbiamo occuparci dell’altro, potremmo ritrovarci a fare moltissimo e a chiedere pochissimo.
Il passato, quindi, non determina necessariamente chi incontreremo.
Ma può influenzare profondamente che cosa noteremo, come lo interpreteremo e cosa faremo di conseguenza.
Ed è proprio quest’ultimo passaggio a diventare particolarmente interessante.
Perché le nostre aspettative non restano soltanto nella nostra testa.
Entrano nella relazione da protagoniste.
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