Autostima Come creare un sé solido ed autonomo?

Molte persone pensano all’autostima come a qualcosa che dovrebbe esserci prima. Prima devo sentirmi sicuro. Prima devo credere nelle mie capacità. Prima devo smettere di avere paura di sbagliare. Poi potrò espormi, provare, fare quella cosa.

Il problema è che molto spesso funziona al contrario.

Immaginiamo una persona che da anni pensa di non essere portata per lo sport. Comincia ad andare in palestra due volte alla settimana. Le prime volte si sente impacciata, si stanca subito, non sa bene cosa fare e magari si confronta con persone molto più allenate.

Dopo qualche settimana, però, qualcosa cambia. Un esercizio che all’inizio sembrava difficilissimo diventa più semplice. Riesce a sollevare un peso che prima non riusciva a muovere. Si accorge di avere più fiato. Impara come usare gli attrezzi. Comincia a capire il proprio corpo.

Non ha semplicemente ripetuto davanti allo specchio: “Sono bravo, credo in me stesso”. È diventata più competente. E quella competenza ha prodotto qualcosa di molto più convincente di qualsiasi affermazione positiva: un’esperienza.

Prima non riuscivo a farlo. Adesso riesco.

È anche così che si costruisce una parte importante dell’autostima. L’autostima non è soltanto ciò che pensiamo di noi. È anche ciò che abbiamo imparato, attraverso le esperienze, ad aspettarci da noi stessi.

Se affronto una difficoltà e riesco a gestirla, costruisco competenza. Se la competenza aumenta, cresce la probabilità che io riesca. Se riesco, aumenta la mia percezione di efficacia. E se questa esperienza si ripete abbastanza volte, comincia lentamente a modificare anche l’idea che ho di me.

Azione → esperienza → competenza → autoefficacia → autostima.

Non sempre in quest’ordine perfetto e certamente non in modo lineare. Ma il meccanismo, molto spesso, è questo. Ed è qui che la procrastinazione diventa particolarmente interessante.

Quando rimando qualcosa che mi mette in difficoltà, nel breve periodo ottengo un vantaggio molto concreto: smetto di sentire il disagio dato dalla difficoltà immediata.

Non studio e per qualche ora non devo confrontarmi con la paura di non capire. Non mando il curriculum e non rischio di essere rifiutato. Non provo quella nuova attività e non devo sentirmi incompetente. Non affronto una conversazione difficile e non rischio di dire qualcosa di sbagliato.

L’evitamento protegge temporaneamente da un’esperienza spiacevole. Ma ha un costo. Se continuo a evitare, non faccio esperienza. Se non faccio esperienza, non imparo. Se non imparo, non costruisco competenza. E se non costruisco competenza, continuerò ad avere poche prove del fatto che posso affrontare quella specifica situazione.

A quel punto è facile arrivare alla conclusione: “Non sono capace.” Ma c’è un problema logico.

Non ho scoperto di non essere capace. Ho evitato abbastanza a lungo da non avere la possibilità di diventare capace.

È una differenza enorme. Pensiamo allo studio. Una persona può arrivare a dire: “Non riesco a studiare, non ho memoria, non sono abbastanza intelligente”.

Ma se ogni volta che apre il libro prova ansia, prende il telefono, rimanda, studia soltanto all’ultimo momento e poi affronta l’esame in condizioni pessime, quel risultato non misura semplicemente le sue capacità. Misura anche gli effetti dell’evitamento.

Meno studio, meno conosco la materia. Meno conosco la materia, più il libro mi sembra difficile. Più mi sembra difficile, più aumenta l’ansia. Più aumenta l’ansia, più sono tentato di evitare.

E alla fine posso usare proprio il risultato prodotto da questo circolo come prova del fatto che “non valgo abbastanza”. È uno dei modi attraverso cui una difficoltà iniziale può trasformarsi progressivamente in un giudizio su di sé.

Per questo lavorare sull’autostima non significa necessariamente cercare di pensare meglio di noi stessi. A volte significa fare qualcosa di molto più concreto: creare esperienze nuove.

Esperienze abbastanza piccole da poter essere affrontate. Abbastanza difficili da richiedere un minimo di sforzo. E abbastanza ripetute da permettere al cervello di registrare un’informazione positiva sul superamento di una difficoltà.

Posso iniziare. Posso tollerare questa sensazione. Posso imparare. Posso sbagliare senza che questo dica tutto di me. Posso diventare domani, il prossimo mese, il prossimo anno, più bravo di quanto io sia oggi.

Naturalmente questo non significa che ogni difficoltà possa essere risolta semplicemente “facendo”. Ci sono persone che hanno costruito nel tempo un’immagine di sé molto fragile attraverso esperienze di critica, rifiuto, fallimento, confronto continuo o relazioni nelle quali hanno imparato a sentirsi inadeguate.

In questi casi il problema non è soltanto acquisire nuove competenze. Può essere necessario comprendere come si è formata quell’immagine di sé, quali esperienze continuano a confermarla e perché alcune situazioni attivano ancora oggi vergogna, paura o senso di inadeguatezza.

Ma anche in questi casi la comprensione, da sola, raramente basta. Prima o poi deve comparire qualche esperienza diversa.

Perché possiamo capire perfettamente per quali motivi abbiamo paura di qualcosa e continuare comunque a evitare. Possiamo sapere razionalmente di avere valore e continuare a sentirci incapaci. Il cambiamento diventa più solido quando alla comprensione si aggiunge l’esperienza.

E forse è proprio questo uno degli aspetti più importanti dell’autostima. Non consiste nel convincersi di essere straordinari. Consiste nel costruire, poco alla volta, prove sufficienti del fatto che possiamo affrontare la vita, imparare, sbagliare, correggerci e continuare.

Non devo già sentirmi capace per cominciare. A volte devo cominciare per poter diventare capace.

E solo dopo, guardandomi indietro, posso scoprire di avere qualche motivo in più per essere fiero di me.


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