La comunicazione è spesso fatta di stimoli ambigui, non chiaramente interpretabili. Pensa alla frase di un collega, riferita al responsabile che ha una riunione in programma con te: “certo che ha proprio tempo da perdere”. In alcune persone una frase così può far scattare qualcosa. Ma come si permette?
Quel “ma come si permette” non arriva per primo. Prima c’è il corpo che si attiva, il calore, la tensione, il fastidio. E prima ancora c’è il cervello, che ha letto quello stimolo ambiguo come un pericolo e ha fatto partire l’allarme. La rabbia comincia lì, con una valutazione automatica e velocissima che avviene sotto la soglia della consapevolezza.
Perché proprio pericolo? Perché “ha tempo da perdere” è una frase aperta, che potresti interpretare in molti modi. Ma se nella tua storia sei stato criticato, svalutato, attaccato, il cervello ha imparato che certe parole sono pericolose. E allora “ha tempo da perdere” diventa “ha tempo da perdere con te”, e quel “con te” si aggancia a una vecchia ferita, alla svalutazione, al senso di inadeguatezza da cui è derivata sofferenza. Il cervello legge tutto questo come una minaccia reale, e il pericolo fa arrabbiare.
La sequenza, quindi, è sempre la stessa: il cervello interpreta e fa partire l’allarme, il corpo si attiva, e solo dopo arriva il pilota, la parte consapevole, che si ritrova la rabbia addosso e deve decidere cosa farne.
Ci sono due forme diverse di rabbia, e vale la pena distinguerle. C’è una rabbia che cerca di difendersi dall’altro, di fargli paura, di allontanare la minaccia. E c’è una rabbia morale, quella che risponde alla trasgressione di un codice, a un comportamento che senti inaccettabile. Sono due modi diversi in cui il cervello interpreta lo stesso allarme, e riconoscere quale dei due si è attivato è già un primo passo per capire cosa ti sta succedendo.
Ma una volta che la rabbia è arrivata, cosa te ne fai?
La rabbia non deve diventare automaticamente un comportamento espresso. Non si tratta di eliminarla, né di negarla, perché la rabbia è un’informazione, ti sta dicendo qualcosa. Si tratta di tradurla in un comportamento regolato, adatto al contesto. Ci sono mille modi diversi di esprimere il fastidio, il disappunto, il disaccordo. E quando è possibile, la scelta più intelligente è lasciar andare, non sprecare tempo, energie e attenzione per una situazione che non li merita.
Qui sta il lavoro che si fa in terapia, e si muove su due fronti.
Da un lato si aiuta il cervello a desensibilizzarsi dal pericolo conosciuto. Se “ha tempo da perdere” non è davvero un attacco al tuo valore, il cervello può imparare a non leggerlo più come tale. Non è un controllo imposto a forza di volontà sull’impulso già partito, è un cambiamento a monte, su come lo stimolo viene interpretato fin dall’inizio.
Dall’altro si impara a gestire la reazione, a dare l’assenso soltanto alle emozioni e agli stati interiori che sono utili ai tuoi scopi. Non tutto quello che il cervello propone va seguito. Il pilota può imparare a riconoscere l’allarme, capire da dove viene, e scegliere se quella rabbia, in quel momento, ti serve davvero o se ti sta solo facendo del male.
La rabbia, come l’ansia, non è il nemico. È un segnale che parla di te, della tua storia, di quello che hai imparato a temere. Capirla, invece di subirla o sfogarla, è ciò che ti restituisce la possibilità di scegliere.
Un’ultima cosa. Qui parlo della rabbia come emozione da capire e regolare. Ma se la rabbia diventa comportamento aggressivo, verso gli altri o verso di te, o se ti spaventa per come ti fa agire, il lavoro sul pilota da solo non basta. In quei casi è giusto cercare un aiuto specifico, e farlo subito.
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