Qualcuno ci risponde con un tono diverso dal solito. Una persona a cui teniamo diventa distante. Durante una discussione, l’altro alza la voce.
E qualcosa dentro di noi cambia molto rapidamente.
Lo stomaco si chiude, il respiro diventa più corto, i muscoli si tendono. Cominciamo a osservare ogni espressione, a misurare le parole, a cercare di capire che cosa abbiamo fatto di sbagliato. Oppure ci arrabbiamo, ci chiudiamo, sentiamo il bisogno di interrompere la conversazione e andarcene.
Più tardi, ripensandoci, possiamo dirci: «In fondo non era successo niente di così grave. Perché ho reagito in quel modo?»
La risposta, qualche volta, si trova nella distanza tra quello che sta accadendo e quello che abbiamo imparato ad aspettarci.
Come impariamo a sentirci in pericolo
Nel corso della vita impariamo a riconoscere le situazioni che possono farci male. Una parte di questo apprendimento avviene senza che dobbiamo pensarci deliberatamente.
Se, per esempio, siamo cresciuti con una persona che prima di esplodere diventava silenziosa, possiamo aver imparato a prestare moltissima attenzione a quel silenzio. Al modo in cui si muoveva. Alla tensione del viso. A una risposta più breve del solito.
Accorgercene in anticipo poteva servire a proteggerci: allontanarci, smettere di chiedere, diventare più accomodanti, cercare di non farci notare.
Quel modo di reagire aveva una ragione.
Il problema può comparire quando, a distanza di anni, incontriamo qualcosa che assomiglia a quei segnali. La persona è diversa, il contesto è diverso, le possibilità che abbiamo sono diverse. Ma l’allarme può attivarsi ugualmente.
Il partner è taciturno perché ha avuto una giornata difficile. Noi cominciamo a sentirci in colpa. Gli chiediamo che cosa c’è, lui risponde che è stanco, ma quella spiegazione non ci tranquillizza del tutto. Continuiamo a controllare il suo umore, come se da un momento all’altro dovesse succedere qualcosa.
Una somiglianza è diventata una previsione.
Che cosa c’entra il trauma
Con la parola trauma ci riferiamo a esperienze gravemente minacciose o soverchianti e alle conseguenze che possono lasciare nel modo in cui una persona vive se stessa, gli altri e il mondo.
Può trattarsi di un evento, come un’aggressione o un incidente grave. Oppure di esperienze ripetute, come vivere a lungo in una condizione di violenza e minaccia, soprattutto quando dipendiamo dalle persone coinvolte e abbiamo poche possibilità di proteggerci.
Non tutte le esperienze dolorose sono traumi, e non tutte le persone che attraversano un evento traumatico sviluppano un disturbo post-traumatico. Anche esperienze relazionali che non rientrano in una definizione diagnostica di trauma possono lasciare aspettative dolorose e risposte di allarme apprese.
Per capire una persona, quindi, occorre osservare che cosa ha vissuto e che cosa continua a succederle oggi.
Il ricordo può presentarsi come un’immagine o un incubo. In altre circostanze si avverte soprattutto una reazione: una paura intensa, la sensazione di essere senza via d’uscita, il bisogno di fuggire, una chiusura improvvisa.
Non sempre, mentre accade, pensiamo al passato. Possiamo semplicemente sentirci in pericolo.
«Lo so, ma lo sento lo stesso»
È una frase che descrive bene questa difficoltà.
«Lo so che posso dire di no, ma quando devo farlo mi blocco.»
«Lo so che una discussione non significa che verrò lasciato, ma appena comincia ho paura che finisca tutto.»
«Lo so che oggi potrei difendermi, ma in quel momento mi sento senza possibilità.»
La comprensione razionale e la risposta emotiva possono procedere a velocità diverse. Possiamo sapere molte cose sulla situazione presente e, contemporaneamente, sentire un allarme che rende difficile utilizzare proprio quelle conoscenze.
Allora possiamo aggiungere una seconda sofferenza alla prima: giudicarci per il modo in cui stiamo reagendo.
«Sono esagerato.» «Alla mia età non dovrei essere così.» «Possibile che non riesca a controllarmi?»
Comprendere la storia di una reazione permette di guardarla con maggiore precisione. Possiamo chiederci che cosa l’ha attivata, quale pericolo stiamo prevedendo e quali possibilità fatichiamo a vedere in quel momento.
Dare un contesto a quello che sentiamo
Dire «sto male quando sono con gli altri» descrive una sofferenza molto ampia. Tutte le relazioni possono cominciare a sembrare pericolose.
Accorgerci che «mi allarmo soprattutto quando qualcuno cambia tono e io penso di averlo deluso» ci offre un punto di partenza più preciso.
Possiamo ricostruire una sequenza: l’altro cambia espressione, io prevedo una reazione negativa, il corpo si tende, comincio a giustificarmi o a ritirarmi. E possiamo esplorare se questa sequenza abbia un legame con esperienze precedenti, senza presumere di conoscerlo già.
L’ansia acquista un contesto. Diventa possibile distinguere ciò che osserviamo da ciò che
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