Ansia e regolazione emotiva: capire il circolo del malessere

L’ansia è un corto circuito del sistema di allarme. L’amigdala, la struttura del cervello che governa le risposte di minaccia, scarica un’attivazione nel corpo quando riconosce nel presente qualcosa che in passato è stato pericoloso per te. Il problema è che quel pericolo, spesso, non è davvero lì. È futuro, incerto, oppure soltanto immaginato.

Qui comincia una confusione che vedo spesso in terapia: scambiare l’ansia per un’emozione. Sono due cose diverse.

Un’emozione nasce quando succede qualcosa di reale, in questo momento. Il corpo si attiva, ti muove a reagire, e si placa quando la cosa è passata. Per esempio la paura: è una risposta a una minaccia presente, nel qui e ora. Se vedi un’auto venirti addosso, il corpo si attiva, scappi, e finisce lì. L’emozione ha fatto il suo lavoro.

L’ansia funziona al contrario. È la risposta a una minaccia che non è presente, che è lontana nel tempo o del tutto immaginata. Il mutuo, la salute, il giudizio degli altri. Cose che non puoi affrontare con un gesto immediato. Non puoi scappare da un mutuo, non puoi combattere oggi un giudizio che forse arriverà domani. E allora il corpo resta acceso, e il cervello continua a cercare soluzioni che non trova.

Questo è il circolo. L’ansia si autoalimenta perché non c’è un’azione che la chiuda sul momento. La capacità di immaginare e anticipare è una funzione straordinaria, ci serve per vivere. Ma quando si aggancia a una minaccia immaginata, è quella stessa capacità a tenerla in vita. Il cervello cerca prove che il pericolo sia reale, e le trova: quando cerchi conferme di una minaccia, il cervello è bravissimo a dartele.

Allora perché chi viene da me resta dentro questo circolo? Perché non basta capire come funziona per uscirne?

Perché crede che l’ansia abbia senso.

Da una parte c’è il cervello, che fa partire l’allarme. Dall’altra ci sei tu, il pilota, la parte consapevole che quell’allarme se lo ritrova addosso e deve decidere cosa farne. Ed è l’ansia a raccontarti una storia, quasi mai una sola. Ti dice che ti protegge, che senza quella vigilanza accadrà il peggio. Ti dice che è una reazione logica, giusta di fronte al pericolo che immagini. A volte ti dice qualcosa di più sottile: che è parte di te, e che lasciarla andare significa perdere qualcosa che ti tiene in piedi.

Le ragioni cambiano da persona a persona. Per questo l’ansia va indagata in terapia: non per avere una spiegazione generale, ma per capire, nel tuo caso, quale storia ti racconta per rendersi necessaria, e imparare a riconoscerla quando lo fa. Solo quando vedi con chiarezza che cosa ti sta succedendo, come si tiene in piedi il tuo circolo, puoi cominciare a intervenire. La terapia serve a questo: ti dà il tempo, lo spazio e gli strumenti per riconoscere il significato dell’ansia, e per smettere di esserne in balìa.


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