Ci sono persone che arrivano in terapia dopo anni passati a sentirsi fuori posto, senza aver mai trovato una spiegazione che le convincesse davvero. Nella loro storia ritornano capacità evidenti, risultati discontinui e una distanza difficile da capire tra ciò che riescono a intuire e ciò che riescono a realizzare.
A volte questa storia diventa più comprensibile quando si prende in considerazione la possibilità di una plusdotazione intellettiva. È un’ipotesi da esplorare con cautela: essere plusdotati non significa per forza soffrire, e sentirsi diversi non basta a esserlo. In questo articolo mi concentro sulle difficoltà che possono incontrare le persone plusdotate quando chiedono aiuto, sapendo che ogni storia ha una forma sua.
Le etichette sbagliate
«Pigro». «Lazzarone». «È intelligente, ma non si applica».
Se te lo sei sentito dire per anni, a un certo punto magari ci hai anche creduto. Eppure qualcosa non torna. Certe cose le capisci al volo. Davanti ad altre ti blocchi, perdi interesse, lasci a metà quello che avevi cominciato. La fatica è vera. L’etichetta, invece, spiega poco: dice come ti vedono da fuori e non dice nulla su che cosa succede quando ti fermi, né su che cosa ti aiuterebbe a ripartire.
C’è chi fatica a tollerare un compito ripetitivo che non chiede ragionamento. C’è chi si ferma per paura di sbagliare. C’è chi non ha mai imparato un metodo, perché per anni non gli è servito. E c’è chi non regge la fatica di stare davanti a qualcosa che non capisce subito, un’esperienza che per chi è abituato a intuire tutto al primo colpo arriva tardi e brucia. Niente di tutto questo appartiene solo alle persone plusdotate: lo incontro in persone con capacità molto diverse tra loro, ed è uno dei motivi per cui l’etichetta da sola non dice chi sei.
In terapia, allora, la domanda si fa più stringente. Davanti a quali compiti ti blocchi? Che cosa cambia nei giorni in cui riesci a impegnarti? Che cosa succede, dentro di te, quando incontri una difficoltà? Da «sono pigro» si passa a una situazione precisa, e in una situazione precisa si vede che cosa manca: uno stimolo all’altezza, un metodo, condizioni di lavoro più favorevoli, o un aiuto per reggere le emozioni che quel compito ti scatena.
Accorgersi delle incongruenze
Una spiegazione che si contraddice. Una regola che vale per alcuni e non per altri. Un ragionamento che fila, ma lascia un punto scoperto. Ci sono persone che queste cose le vedono subito, senza cercarle, e che da bambini hanno chiesto il perché più di quanto gli adulti intorno fossero disposti a rispondere. Molte ricordano ancora la frustrazione di una domanda liquidata con un «perché è così».
Questo sguardo è una risorsa, nello studio e nel lavoro soprattutto. Nelle relazioni è più complicato. Accorgerti che l’altro si contraddice non vuol dire aver capito le sue ragioni: a volte manca una spiegazione che lui non ti ha ancora dato, altre volte la contraddizione è reale e va affrontata. La differenza si scopre solo chiedendo.
Un bambino che fa domande ha bisogno di adulti che le reggano e che gli propongano sfide alla sua portata. Quando li trova, curiosità e impegno crescono. Quando l’incontro manca, arrivano la noia, la frustrazione, il disinteresse. Sarebbe comodo ridurre tutto alla qualità dell’insegnante, ma quello che succede a un bambino dipende insieme da come è fatto lui, dalle relazioni che ha e dalla scuola che frequenta.
Lo stesso vale per il bisogno di precisione. Sostiene un lavoro accurato e diventa un peso quando ogni imperfezione va corretta prima di andare avanti, o quando un dubbio basta a fermare tutto. Vale la pena chiedersi a che cosa serve, in quella persona, quella precisione. Il fastidio per il disordine, il perfezionismo o il bisogno di controllo, da soli, non dicono che sei plusdotato e non dicono nemmeno che hai un disturbo ossessivo-compulsivo: per quello servono una valutazione e un quadro molto più ampio. Avere capacità elevate non ti mette al riparo da altre difficoltà. Quello che conta è che cosa vivi, quanto ti costa e quanto ti limita.
Sentirsi fuori posto
Molti se lo ricordano da bambini. Interessi che gli altri non condividevano, domande che gli adulti ascoltavano a metà, la fatica di trovare qualcuno con cui sentirsi davvero in sintonia. Da adulti, quella sensazione di essere fuori posto è rimasta, senza un perché. Quando in terapia prende forma l’ipotesi di una plusdotazione, episodi che sembravano scollegati tra loro, a casa, a scuola, con gli amici, cominciano a tenersi insieme e trovano un posto nella storia.
Un bambino impara in fretta che cosa conviene mostrare. Se i suoi interessi e il suo modo di ragionare gli procurano prese in giro o esclusione, smette di esporli. Fa meno domande, nasconde l’entusiasmo, cerca di assomigliare agli altri. È un adattamento che funziona, perché protegge il bisogno di appartenere a un gruppo. Diventa invivibile quando non lascia più spazio a ciò che conta davvero per lui. In alcune storie lo sforzo di trattenersi si alterna a esplosioni emotive che la persona stessa fatica a spiegarsi.
Jeanne Siaud-Facchin chiama zebre le persone plusdotate, per parlarne senza stabilire una gerarchia di valore. È un’immagine utile se serve a riconoscere la propria particolarità. Smette di esserlo quando diventa una misura di superiorità, o la spiegazione pronta per ogni difficoltà.
Adattarsi agli altri fa parte di ogni relazione. Il conto sale quando senti di dover rinunciare ogni volta ai tuoi interessi, alle tue domande, al tuo modo di esprimerti, per essere accettato. In terapia si guarda come si è formata questa abitudine, dove ti protegge ancora e dove invece ti sta stretta. E si cercano relazioni e contesti in cui ci sia più spazio per mostrarti, ascoltare gli altri e sentirti parte di qualcosa.
Sensibilità e relazioni
C’è poi la sensibilità. Il rumore di un locale pieno, due conversazioni che si accavallano, una tensione tra persone nella stessa stanza: per chi la sente, è una fatica che gli altri non vedono. Un cambiamento nel tono di voce, un gesto appena accennato, attirano l’attenzione e restano in testa anche quando la situazione è finita da un pezzo.
Spesso quello che porta in terapia è proprio il non capirsi: un’angoscia che arriva all’improvviso, una tristezza senza una causa evidente, un’irritazione che a te stesso sembra fuori misura. Allora si torna indietro insieme, a ricostruire che cosa è successo, che cosa ti ha colpito e che significato ha preso. Sapere di avere capacità elevate aiuta a leggere questa sensibilità, ma non spiega da dove viene ogni emozione, e sarebbe un errore usarlo come risposta a tutto.
Nelle relazioni intime questo diventa terreno di incomprensioni. Tu ti senti ferito da una frase che per l’altro era innocua. L’altro si trova davanti a una reazione che non capisce. Il punto è che cogliere una sfumatura e interpretarla sono due passaggi diversi: il cambiamento nel tono di voce c’era davvero, il significato che gli hai dato invece va verificato parlando.
In terapia si impara a separare tre cose che di solito arrivano insieme: quello che hai osservato, quello che hai pensato e quello che hai provato. Separate, si possono raccontare. Puoi dire all’altro che cosa ti ha colpito, chiedergli che cosa intendeva e ascoltare la sua versione. La tua sensibilità ha il suo spazio, e l’altro può aver vissuto la stessa situazione in un modo completamente diverso.
Come si riconosce la plusdotazione
A questo punto la domanda è una: come fai a sapere se la plusdotazione descrive davvero il tuo modo di funzionare? Nei colloqui emergono indizi, il modo in cui ragioni e impari, gli interessi, com’è andata a scuola e al lavoro. Sono cose da guardare insieme, ma riconoscersi in una descrizione come questa non basta. Ci si può riconoscere in queste righe anche senza essere plusdotati.
Per andare oltre l’ipotesi serve una valutazione delle capacità cognitive con strumenti standardizzati, scelti e letti da un professionista che li conosce. Il punteggio è un’informazione importante e da solo non dice abbastanza: va letto insieme alla tua storia, alle condizioni in cui hai fatto la valutazione, alle difficoltà che stai attraversando, e al profilo delle diverse capacità, che raramente sono tutte allo stesso livello. Conta soprattutto come quelle capacità si traducono nella vita di tutti i giorni.
Quando la valutazione conferma capacità elevate, le reazioni sono le più diverse. C’è chi tira un sospiro di sollievo. C’è chi non riesce a far stare insieme quel risultato con l’idea che ha di sé: «Come è possibile, se nella mia vita ho incontrato tutte queste difficoltà?». È una domanda che merita tempo. Il riconoscimento aiuta a rileggere alcune esperienze; non cancella la fatica che c’è stata e non ti obbliga a sentirti in un modo piuttosto che in un altro.
Da lì si lavora su che cosa cambia: quali capacità hanno trovato spazio, quali sono rimaste ferme, quali difficoltà hanno bisogno di un’attenzione tutta loro. Avere capacità elevate non esclude altri problemi e non li spiega da solo. Il valore del riconoscimento sta anche in questo: costruirti aspettative realistiche, scegliere contesti adatti e trovare un modo sostenibile di usare quello che hai.
Un pilota abbastanza saggio
Per tenere insieme tutto questo uso tre parole che tornano spesso in questi articoli, da quello sull’ansia a quello sulla rabbia: il corpo, che produce le attivazioni e le sensazioni fisiche; il cervello, che interpreta, elabora e propone, in automatico e a grande velocità; e il pilota, la parte consapevole, quella che decide che cosa fare di ciò che corpo e cervello mettono sul tavolo. Nella plusdotazione il meccanismo è lo stesso, cambia la portata. Il cervello propone di più, più in fretta, su più piani, con una sensibilità che amplifica ogni cosa. Il pilota si ritrova a gestire un traffico molto più intenso.
Qui la terapia entra nel vivo. Non c’è niente da spegnere, perché non c’è un difetto da correggere. Il primo obiettivo è vederti da vicino: da dove arrivano quelle emozioni e quei pensieri che sembravano spuntare dal nulla, che cosa li ha messi in moto, che cosa ti hanno fatto fare. Quando l’irritazione che ti sembrava fuori misura trova la sua origine, smetti di pensare che in te ci sia qualcosa che non va. Cominci a leggerti.
Il secondo obiettivo è più ampio ed è quello che conta di più: rendere il pilota saggio abbastanza da governare questa complessità. Controllarla del tutto sarebbe impossibile. Governarla significa starci dentro con consapevolezza e usare quello che prima subivi. Adriaan Sprey, che lavora da anni con adulti plusdotati, parla di un riequilibrio tra vantaggi e svantaggi: le stesse caratteristiche che finora hai pagato in sofferenza possono cominciare a renderti qualcosa. Nella mia esperienza, quando succede arriva spesso una grande energia. La capacità di vedere connessioni, di costruire, di andare in profondità, che per anni avevi vissuto come dispersione o come «troppo pensare», diventa il motore di qualcosa di creativo. Le persone si entusiasmano, perché scoprono di poter fare molto più di quanto credevano.
Riconoscere tutto questo cambia le cose. La sofferenza di chi è plusdotato e non lo sa non nasce dall’intelligenza. Nasce dal vivere come difetti tratti che nessuno ha mai letto per quello che sono. Il pensiero che corre e si ramifica, la sensibilità che amplifica tutto, il bisogno continuo di senso, la lucidità che coglie subito quello che non torna: ognuno di questi tratti può essere una risorsa o un veleno, e diventa sofferenza quando viene vissuto come uno sbaglio.
Come scrive Siaud-Facchin, non si soffre della differenza, si soffre del sentirsi diversi. A questo si aggiunge la sensazione, che spesso non ti lascia, di non essere al posto giusto, nelle relazioni come nel lavoro. E un’immagine di te costruita negli anni sulla convinzione di non andare bene: è il rapporto con quell’immagine, molto più dell’intelligenza, a decidere se starai bene o no.
Quando quel funzionamento ha finalmente un nome giusto, la tua storia comincia a leggersi in un altro modo. Sei fatto in un modo che fino a oggi nessuno ti aveva aiutato a capire. Parlarne può essere il punto da cui ricominciare: per dare un senso a quello che hai vissuto e per imparare a usare il tuo modo di funzionare invece di subirlo. Il primo colloquio serve a questo, a cominciare a guardare insieme.
Un’ultima cosa. Riconoscersi in queste righe non è una diagnosi. La plusdotazione si confonde facilmente con altri quadri, e per distinguerla serve una valutazione fatta con qualcuno, dentro un percorso. Se ti sei riconosciuto, è un buon motivo per approfondire. L’ennesima etichetta appiccicata da solo non ti servirebbe a niente.
Riferimenti
- Jeanne Siaud-Facchin, Troppo intelligenti per essere felici? La plusdotazione intellettiva: riconoscerla, comprenderla, conviverci. BUR Saggi Rizzoli.
- Adriaan Sprey, Cognitive Behavior Therapy with Gifted Adults: A Guide to Personality, Diagnostics, and the Therapeutic Relationship. Routledge.
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