Plusdotazione nell’adulto: riconoscersi è il primo passo per cambiare tutto

Nella popolazione generale si stima il 2 per cento secondo Siaud-Facchin 1, dal 3 al 5 per cento secondo Sprey 2. Ma nei servizi di salute mentale, secondo quest’ultimo, i plusdotati raggiungono il 10-12 per cento, quasi il triplo che nella popolazione generale.

Vuol dire una cosa precisa. Se sei una persona plusdotata, hai molte più probabilità di trovarti, a un certo punto, seduto nello studio di un terapeuta. Non perché la plusdotazione sia una malattia, ma perché chi funziona in questo modo, e non lo sa, accumula negli anni una sofferenza che non riesce a spiegarsi.

La plusdotazione nell’adulto è sottodiagnosticata, e questo fa sì che molte persone plusdotate, non essendo diagnosticate correttamente, vaghino alla ricerca di una spiegazione della loro sofferenza. Senza che nessuno abbia mai nominato la parola plusdotazione, si portano addosso diagnosi che non li hanno mai convinti fino in fondo, spiegazioni di sé che non tornano, spesso la sensazione di essere fuori posto senza capire perché. Hanno cercato a lungo una risposta al proprio malessere, e quella risposta spesso non è arrivata, perché la si cercava nel posto sbagliato.

Sono persone intelligentissime che però non si rendono conto di esserlo, perché usano parametri di valutazione sbagliati per la loro tipologia di intelligenza.

Quasi mai si presentano dicendo “penso di essere plusdotato”. Arrivano al contrario con un’etichetta addosso, e di quell’etichetta si fidano. Pigro. Svogliato. Incapace. Intermittente. È intelligente, ma non si applica. Se l’è sentito dire per anni, e a furia di sentirselo dire ci ha creduto. In molte storie di plusdotazione compare un funzionamento intermittente: momenti di grande intensità, lucidità e produttività alternati a blocchi, spegnimenti o disinteresse.

Quelle etichette, però, sono spiegazioni sbagliate. Non si sbaglia a sentire il sintomo, la fatica, il blocco, lo scoraggiamento sono reali. Ci si sbaglia a spiegarlo. E spiegarsi male un problema vuol dire cercarne la soluzione nel posto sbagliato, a volte per tutta la vita.

Prendi la pigrizia, che è l’etichetta più comune. Molte persone plusdotate faticano a investire energie in compiti che percepiscono come privi di senso, incoerenti o meccanici. Non è che non ne abbiano voglia. È che il loro cervello, per mettersi in moto, ha bisogno di vedere il senso di quello che sta facendo. Se quel senso non c’è, non parte. Da fuori sembra pigrizia, mancanza di disciplina, poca motivazione. Da dentro è un’altra cosa: un cervello che funziona in modo diverso, e che chiede coerenza, logica e scopo prima di muoversi.

Perché quel cervello sente subito quando manca il senso? Perché nota tutto. La capacità di cogliere i dettagli, anche i più piccoli, fa sì che le incongruenze e le illogicità saltino agli occhi immediatamente, prima ancora di decidere di cercarle. Dove un’altra persona va liscia, lui inciampa. Vede la crepa nel ragionamento, la cosa che non torna, la regola che vale solo a metà.

Da bambini, questo li rende difficili. Un bambino così chiede agli adulti una cosa che per gli adulti è impossibile: la coerenza costante e senza sfumature. Chiede il perché, e non si accontenta di un perché qualsiasi. A scuola ha bisogno di insegnanti capaci, all’altezza di reggere le sue domande e di tenere viva la sua curiosità. Quando li trova, fiorisce. Quando non li trova, si spegne. E un bambino che si spegne, in classe, viene etichettato come svogliato, disinteressato, uno che non si applica. È la stessa etichetta che, da adulto, si porterà ancora addosso.

C’è poi un dettaglio che racconta bene questo funzionamento. Alcune di queste persone provano un disagio fisico, un fastidio reale, quando le cose intorno a loro non sono in ordine, non sono logiche, non tornano. Non è un disturbo ossessivo, anche se da fuori può somigliargli. È un’altra cosa: un sistema percettivo finissimo che registra l’incoerenza come una stonatura, e la stonatura, per chi la sente, è fisicamente fastidiosa. Lo stesso vale per il perfezionismo: quando finalmente le cose tornano, quella tensione fisica si scioglie. Confondere questo con un’ossessione è uno degli equivoci in cui è facile cadere, e uno dei motivi per cui queste persone arrivano in terapia con una diagnosi sbagliata.

Tutto questo lascia un segno, e il segno è una sensazione che queste persone conoscono bene: quella di essere fuori posto. Non in un momento particolare, ma da sempre. È tutta la vita che faticano a sentirsi in sintonia con gli altri, che si accorgono di una distanza, di un modo diverso di interagire, di stare in un gruppo, di tenere una relazione. E lo sanno. Quello che manca non è la percezione di essere diversi, quella ce l’hanno da sempre. Quello che manca è il perché.

Per sopravvivere a questa distanza, moltissimi costruiscono nel tempo un falso sé. Imparano presto, da bambini, che mostrarsi per quello che sono li espone alla critica, all’isolamento, al rischio di essere allontanati. E allora si adattano. Smussano, nascondono, si mimetizzano. Jeanne Siaud-Facchin, per parlare dei plusdotati senza usare parole scomode, li chiama zebre: un animale al tempo stesso uguale e diverso dagli altri, con strisce uniche come impronte digitali, che tra le altre zebre riesce a confondersi. In mezzo ad animali diversi da sé, però, mimetizzarsi è impossibile. Ed è proprio questo che il bambino plusdotato tenta comunque di fare, nascondere ciò che lo rende diverso per non farsi notare in un gruppo che non è il suo. Mostra una versione di sé più accettabile, più simile agli altri, e tiene da parte tutto il resto. Funziona, nel senso che permette di stare al mondo. Ma ha un costo: si arriva all’età adulta avendo passato la vita a coprire proprio la parte che ci rende noi stessi, e si finisce per credere alle etichette che ci sono rimaste appiccicate addosso. Pigro, incapace, sbagliato. Del talento che sta sotto, non si sa più niente.

C’è infine un aspetto che confonde più di ogni altro, e ha a che fare con la sensibilità. La persona plusdotata percepisce gli ambienti con un’intensità fuori norma, è attraversata di continuo da stimoli sensoriali che gli altri non registrano. Gran parte di questo lavoro avviene sotto la soglia della consapevolezza, in un’elaborazione cognitiva inconscia. Il risultato è che, a volte, si ritrova addosso emozioni e pensieri che sembrano arrivare dal nulla, che non riconosce come propri. Un’angoscia improvvisa, una tristezza senza causa apparente, un pensiero che spunta senza un filo. Non sa da dove vengano, perché il processo che li ha generati non è passato dalla coscienza. E così, oltre a sentirsi fuori posto, comincia a sentirsi ingovernabile, si chiede che cosa ci sia che non va. Quando in realtà sta soltanto elaborando, sotto traccia, una quantità di informazioni molto più grande di quella della quale riesce a essere consapevole.

Le relazioni intime sono un terreno particolarmente difficile, per il plusdotato e per chi gli sta accanto. L’ipersensibilità fa cogliere dettagli e sfumature che il plusdotato non può non vedere, e non può non interpretare. Spesso reagisce a qualcosa che l’altro non ha nemmeno notato, con stati che gli arrivano già elaborati e che lui stesso fatica a spiegare, mentre chi gli sta vicino non capisce da dove nascano quelle reazioni. È un meccanismo che, alla lunga, logora entrambi.

A questo punto la domanda diventa: come si fa a sapere se è davvero questa la diagnosi? Il riconoscimento della plusdotazione non è un test che si supera, un numero che esce da un reattivo e chiude la questione. È un quadro che si costruisce insieme, in seduta, a partire dagli elementi che emergono e che discuto apertamente con la persona. Il modo di ragionare, la storia, le incongruenze che nota, la sensibilità, il funzionamento che racconta. Si guarda tutto questo insieme, e a un certo punto il disegno prende forma.

Quel riconoscimento diventa la chiave per rimettere ordine nella propria storia. Perché dare un nome giusto a un funzionamento, dopo anni di nomi sbagliati, a volte è già metà del lavoro.

Le reazioni non sono uguali per tutti. C’è chi accoglie con sollievo, quasi come se l’avesse sempre saputo e avesse solo bisogno di poterlo dire a voce alta, e chi invece reagisce con sufficienza, quasi con fastidio. Ma quando unisco i puntini, quando metto insieme il quadro, raramente è un “non voglio sentirlo”. Molto più spesso è un “non potevo ancora crederci e mi sentivo in imbarazzo”. È impossibile pensare di essere plusdotato se la mia vita è stata questa. È una valutazione onesta, e va rispettata, non forzata.

Poi però, in certi casi, succede. La persona plusdotata ci crede. E quando ci crede, si apre un mondo. Perché tutta quella frustrazione che si portava dietro, quel sentirsi sbagliata, era in realtà il rovescio di qualcosa di ricco. Adriaan Sprey, nel suo lavoro clinico sui plusdotati, usa la parola: dono.

Per far capire che cosa significa tutto questo mi servono le tre parole che uso spesso, anche negli articoli su ansia e rabbia: il corpo, che produce le attivazioni e le sensazioni fisiche; il cervello, che interpreta, elabora e propone, in automatico e a grande velocità; e il pilota, la parte consapevole, quella che decide cosa fare di ciò che il cervello e il corpo mettono sul tavolo. Nella plusdotazione il meccanismo è lo stesso, cambia la portata. Il cervello propone di più, più in fretta, su più piani, e con una sensibilità che amplifica ogni cosa. Il pilota si ritrova a gestire un traffico molto più intenso.

Ed è qui che la terapia entra nel vivo. L’obiettivo non è spegnere qualcosa, perché non c’è un difetto da correggere. Uno degli obiettivi è aiutarti a vedere da vicino come funzioni, a riconoscere da dove arrivano quelle emozioni e quei pensieri che sembravano spuntare dal nulla, a dare loro un’origine. Quando capisci, per esempio, che quella tristezza improvvisa è il prodotto di un’elaborazione che il tuo cervello ha fatto sotto traccia, smetti di pensare di essere ingovernabile. Cominci a leggerti.

C’è un altro obiettivo, più ampio, ed è quello che conta di più. È rendere il pilota saggio abbastanza da governare questa complessità. Non controllarla del tutto, sarebbe impossibile, ma imparare a starci dentro con consapevolezza, a usare quello che prima si subiva. Adriaan Sprey lo descrive come un riequilibrio del bilancio tra vantaggi e svantaggi: non si tratta di curare il dono, ma di smettere di pagarlo solo in sofferenza e cominciare a spenderlo anche come risorsa. E quando questo accade, di solito arriva una grande energia. La stessa capacità di vedere connessioni, di costruire, di andare in profondità, che per anni era stata vissuta come dispersione o come “troppo pensare”, diventa il motore di qualcosa di creativo. Le persone si entusiasmano, perché scoprono che possono fare molto più di quanto credevano.

Riconoscere tutto questo cambia le cose. La sofferenza di chi è plusdotato e non lo sa non nasce dall’intelligenza, e non nasce dal dono in sé. Nasce dal vivere come difetti dei tratti che non sono mai stati compresi. Il pensiero che corre e si ramifica, la sensibilità che amplifica ogni cosa, il bisogno continuo di senso, la lucidità che coglie subito quello che non torna: ognuno di questi tratti può essere una risorsa o un veleno, e diventa sofferenza nel momento in cui, non compreso, viene vissuto come uno sbaglio. Come scrive Siaud-Facchin, non si soffre della differenza, si soffre del sentirsi diversi. A questo si aggiunge la sensazione, che spesso non ti lascia, di non essere al posto giusto, nelle relazioni come nel lavoro. E un’immagine di te costruita negli anni sulla convinzione di non andare bene, perché è il rapporto con quell’immagine, molto più dell’intelligenza, a decidere se starai bene o no.

Nel momento in cui quel funzionamento ha finalmente un nome giusto, la tua storia comincia a leggersi in un altro modo. Non sei una versione difettosa degli altri. Sei un funzionamento diverso, che fino a oggi nessuno ti aveva aiutato a capire.

Parlarne può essere il punto da cui ricominciare. Non per ricevere un’etichetta in più, ma per dare finalmente un senso alla tua storia, e per imparare a usare il tuo modo di funzionare invece di subirlo. Il primo colloquio serve esattamente a questo, a cominciare a guardare insieme.

Un’ultima cosa. Riconoscersi in queste righe non è una diagnosi. Come hai letto, la plusdotazione si confonde facilmente con altri quadri, e distinguerla richiede una valutazione fatta insieme, in un percorso. Se ti sei riconosciuto, è un buon motivo per approfondire con qualcuno, non per darti l’ennesima etichetta da solo.


Contatti
  1. Jeanne Siaud-Facchin, Troppo intelligenti per essere felici? La plusdotazione intellettiva: riconoscerla, comprenderla, conviverci. BUR Saggi Rizzoli ↩︎
  2. Adriaan Sprey, Cognitive Behavior Therapy with Gifted Adults: A Guide to Personality, Diagnostics, and the Therapeutic Relationship. Routledge ↩︎