Negli articoli su ansia e rabbia ho citato tre concetti che torno a usare spesso in terapia: corpo, cervello e pilota. Sono un modo per rendere comprensibile qualcosa di complicato, cioè come facciamo esperienza della nostra vita e, soprattutto, dove si trova il margine in cui possiamo scegliere.
Corpo, cervello e pilota non sono tre parti separate dell’essere umano, ma un modello che uso per distinguere tre livelli dell’esperienza: ciò che accade nel corpo, i processi automatici con cui il cervello interpreta e reagisce, e lo spazio consapevole in cui possiamo osservare ciò che sta accadendo e decidere che cosa farne.
Corpo e cervello
Partiamo dalle prime due, perché sono le più semplici da definire.
Riprendo qui una distinzione proposta da Federico Faggin in Irriducibile. La coscienza, la vita, i computer e la nostra natura. Il corpo e il cervello appartengono al dominio della materia e, in questo senso, sono riducibili: possiamo scomporli e studiarli a livelli sempre più elementari, dagli organi e dai tessuti fino alle cellule, alle molecole, agli atomi e alle particelle. Il loro funzionamento può essere indagato dall’esterno, attraverso le leggi e gli strumenti delle scienze fisiche e biologiche.
La coscienza pone un problema diverso. Faggin sostiene che l’esperienza soggettiva non sia riducibile alla descrizione dei processi fisici che la accompagnano: possiamo studiare ciò che accade nel cervello mentre una persona prova dolore, paura o vede il colore rosso, ma quella descrizione non coincide con l’esperienza vissuta dall’interno. È in questo senso che parla di qualcosa di irriducibile.
Gran parte del funzionamento del corpo e del cervello non dipende dalla nostra volontà. Il cervello interpreta continuamente quello che ci succede: utilizza ciò che ha appreso, riconosce configurazioni già incontrate, costruisce ipotesi su ciò che sta accadendo e prepara possibili risposte. Molti circuiti coinvolti nella memoria, nell’allarme e nell’emozione lavorano in automatico, proponendo continuamente letture e reazioni. Il corpo, a sua volta, produce l’attivazione fisica e prepara all’azione.
La parola importante è proprio questa: proposte. Il cervello e il corpo propongono. Mettono sul tavolo un’interpretazione e una spinta ad agire o a non agire. Ma sono proposte, non ordini.
Il pilota
Poi c’è il pilota.
Il pilota è la parte che guida. È quella che ha la responsabilità di tenere la macchina in strada, di rallentare quando l’asfalto è bagnato, di riprendere il controllo quando si è andati troppo forte, di frenare quando davanti è successo qualcosa. Il pilota è quello che decide se dare l’assenso alla proposta del cervello e del corpo, oppure no.
Nel modello che sto proponendo, il pilota rappresenta la dimensione più propriamente soggettiva e consapevole dell’individuo: quella che fa esperienza, attribuisce significato, osserva ciò che corpo e cervello propongono e può prendere posizione rispetto a ciò che accade. Non è una struttura anatomica del cervello né una teoria della coscienza: è il nome che uso, nel mio modello clinico, per descrivere questo spazio di consapevolezza, riflessione e scelta.
Dove esiste la scelta
E il punto del modello è questo: la possibilità di scelta autentica esiste soltanto quando il pilota prende il volante.
Quando il pilota c’è, quando ha lo spazio per riflettere, l’automatismo si trasforma e diventa una possibilità. Puoi fare una cosa oppure non farla. È lì, e solo lì, che esiste la scelta. Perché scegliere significa proprio questo: poter fare diversamente. Se non puoi fare diversamente, non stai scegliendo. Sta succedendo qualcos’altro: ti stai identificando con le proposte del cervello e del corpo, con le emozioni, le sensazioni, i pensieri, e li trasformi in comportamenti senza metterli in discussione. Il pilota, in quel momento, non guida. Non contribuisce, si lascia portare. Il problema è che le conseguenze, poi, le paga il pilota. Lasciarsi portare, in molte situazioni, produce risultati dei quali la persona non è disposta a farsi carico. Si reagisce, si dice, si fa, e dopo ci si ritrova a raccogliere le conseguenze di qualcosa che non si è scelto consapevolmente.
Attenzione, però. Non tutto deve passare dal pilota. Ci sono reazioni automatiche e immediate a cui non ci opponiamo e che servono per vivere. Se una macchina ti viene addosso, non ti fermi a ragionare. Il punto non è controllare ogni cosa, sarebbe impossibile e neanche utile. Il punto è recuperare il controllo dove il controllo è possibile, e dove conta.
I due piani della terapia
Ed è qui che la terapia lavora, su due piani.
Il primo è aiutare cervello e corpo a regolarsi, in modo che le risposte automatiche siano sempre più adeguate a ciò che sta accadendo nel presente. Significa sgarbugliare il filo del passato, le reazioni apprese, le interpretazioni che si sono formate in anni di esperienze e che oggi scattano da sole, magari anche quando non servono più.
Il secondo piano è più ampio e si intreccia con una filosofia di vita. È insegnare al pilota a prendere il comando, a riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni, a scegliere consapevolmente come vivere. Perché non esiste un unico modo giusto. Esiste la possibilità di scegliere consapevolmente, essendo consapevoli che ogni scelta porta con sé delle conseguenze. E la differenza tra subire la propria vita e guidarla sta tutta nella possibilità, momento per momento, che sia il pilota a prendere il controllo.
Questo modello torna, applicato, negli articoli sulla plusdotazione nell’adulto, sulle dipendenze comportamentali e sulla procrastinazione.
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